Gli studiosi fanno rotta sui porti nuragici

Tempo di lettura: 4 minuti

Un nuraghe sovrasta la baia riparata dai venti dominanti: acque profonde, tranquille, con uno o più approdi sicuri. Vicino alla spiaggia capanne di pescatori. Non lontano muri e costruzioni per custodire bestiame, cibo, sale, selvaggina. E, ancora, depositi ricchi di ossidiana, ferro, argento: tutti prodotti smerciabili al di là del mare. Appena oltre, alla fonda o in secca, qualche grossa imbarcazione (pensate, fatte le debite proporzioni, alle navicelle di tre millenni fa trovate in aree archeologiche della Sardegna). Tutt’attorno, strade di terra battuta. Portano all’interno.
Verso villaggi accoglienti e difendibili.
È questa, con inevitabili approssimazioni, la ricostruzione presumibile dei porti costruiti dai nuragici tra il 17° e il 9° secolo prima di Cristo. Una ricostruzione valida per tanti dei quasi duemila chilometri di litorale: dall’attuale Porto Conte sino a Carloforte, da Cala Gonone alle rade della Gallura e dell’Ogliastra. Un mondo in larga misura inesplorato, quello degli scali realizzati dai costruttori di torri. Ma che adesso, grazie a nuove ricerche intraprese da diversi specialisti, potrebbe riservare meravigliose sorprese. Il perché è presto detto: indizi e prove crescono settimana dopo settimana.
Intanto, qualche dato per comprendere meglio il fenomeno. Gli oltre settemila nuraghi giunti sino a noi erano in origine di più, qualcuno sostiene addirittura il doppio. Molti, mai censiti, si trovano ancora celati sotto terra.
Tantissimi altri sono andati distrutti. In ogni caso, parecchie centinaia di costruzioni superstiti appaiono oggi collocate di fronte al mare.
A picco o su versanti scoscesi. Quasi a dominare l’orizzonte. Va inoltre ricordata una novità recentissima: durante un convegno scientifico internazionale tenuto a Siviglia il professor Giampiero Pianu ha svolto sul tema una relazione particolarmente dettagliata, accolta dai suoi colleghi con grande favore. Il docente insegna Metodologia della ricerca archeologica nell’ateneo sassarese. «Con l’intervento sui porti nuragici ho inteso lanciare il classico sasso nello stagno — spiega adesso con convinzione — Ma ora sono pronto a intraprendere una mappatura dettagliata lungo i nostri litorali. E a studiare l’intera problematica. Anzi, in qualche caso per conto dell’ateneo ho già preso contatti in questo senso con la Sovrintendenza».
Dopo gli ultimi 30 anni di scavi non si discute più sul fatto che in quei secoli i sardi fossero pastori e cacciatori ma anche marinai. Lo stesso principe e decano degli archeologi Giovanni Lilliu è da tempo d’accordo sulla navigazione di piccolo cabotaggio, quella cioè non lontana dalla fascia costiera. Alcuni suoi colleghi più giovani si spingono oltre, sino a ipotizzare spedizioni in terre lontane nelle stagioni favorevoli. Da allora le rotte si estendono. Ci sono così le ricostruzioni di ampio respiro mediterraneo fatte da Sergio Frau, il giornalista di Repubblica autore del bestseller Le Colonne d’Erede. E fiorita una vasta pubblicistica opera di esperti e meno esperti, autodidatti e non. E sulle vie navali dell’Età del bronzo il relitto di Uluburun, la famosa nave naufragata nel XIV secolo a.C. sui fondali turchi con un prezioso carico, ha fatto stabilire connessioni con antichi reperti egei trovati a Decimoputzu, Gonnosfanadiga e Orroli.
ImageSi parla di vasti traffici già in un epoca che precede l’arrivo dei Fenici. Le stesse navicelle nuragiche, votive o meno, sono testimonianza di familiarità col mare. Vengono esaminate le potenzialità dì miniere e saline sarde in chiave commerciale già 3000-3500 anni fa. Fioriscono analisi che su questi argomenti legano storia e archeologia. Tra i libri, i saggi del comandante
della marina mercantile Giacomo Pisu sulla flotta Shardana e altri tentativi di ricerca più o meno convincenti. Comunque destinati a suscitare interesse. E, soprattutto, a sollevare il velo d’ombre che per troppo tempo ha ricoperto l’intera questione. Individuati gli obiettivi, le nuove indagini porteranno altra luce. Nel frattempo è possibile parlare di una serie di scali dal fascino misterioso in punti chiave della costa. Alcuni già studiati. Altri da esaminare a fondo. Tra i primi, c’è Cala Ostina, a est di Castelsardo. Spiega in proposito il docente Paolo Melis, che ha pubblicato un saggio sul caso: «L’insenatura ci offre un esempio d’approdo di sicuro utilizzato da genti nuragiche e assurto, probabilmente sullo scorcio dell’Età del bronzo, a scalo marittimo di una certa importanza. Le evidenze archeologiche mostrano inoltre come il potenziamento, seppur limitato a modeste installazioni e alla realizzazione della strada d’accesso, avvenne in epoca romana e non prima, in apparenza senza soluzioni di continuità rispetto al precedente scalo gestito dagli indigeni». Sulla stessa falsariga si può ipotizzare altrove il riuso di strutture d’epoca precedente da parte di Euboici, Micenei, Punici, Romani. A Tharros come a Nora. A Bithia come sull’odierna costa dorgalese. un punto dolente è che, mentre sono stati rinvenuti i resti d’imbarcazioni costruite fra i 2500 e il 1500 anni fa, mai è stato scoperto uno scafo nuragico.
Eppure è impossibile pensare che le tribù dei costruttori di torri non sapessero navigare. Ci sono anzi altre prove del contrario. In diverse aree della Sardegna sono state trovate specie animali e vegetali assenti prima del Neolitico: i nuovi «coloni» non possono essere arrivati certo via terra. È poi un fatto che l’ossidiana, oro nero degli antichi, sia stata esportata così massicciamente da far escludere il ricorso a soli mercanti stranieri. L’ennesimo esempio di export remotissimo? Il rame di Calabona, vicino ad Alghero, forse usato per modellare la Lupa capitolina. A Creta, inoltre, sono venute alla luce ceramiche simili a quelle del nuraghe Palmavera. Tutti segnali chiari di un intenso traffico nelle due direzioni: da e per la Sardegna, direbbe oggi con linguaggio tipico qualche amministratore di una compagnia di navigazione.
Certo, a livello accademico sono in tanti a pensare che alcune di queste tesi siano «suggestive», come si afferma con un eufemismo quando non si vuole infierire su studiosi considerati professionisti non ortodossi. Ma scettici e critici sono sempre meno. Chiarisce ancora Giampiero Pianu: «I nuragici avevano un controllo perfetto della regione, coste comprese. Non è pensabile non governassero il mare. Perché stupirsi, del resto? Un’isola con abitanti che non navigano è destinata a non esistere come tale». Non si sa quanti fossero i nuragicì, neppure per approssimazione. A Barumini il villaggio ospitava 600-700 persone. Forse in tutta la Sardegna nel periodo di maggior fulgore della civiltà erano decine di migliala. Ma un fatto è certo. Oggi antichi approdi, depositi primitivi, allevamenti primordiali di pesci indicano grande dimestichezza col mare. In definitiva, per l’archeologia sarda, è quasi l’inizio di un nuovo viaggio.

Acquista subito

vedi anche: Abili navigatori i popoli dei nuraghi

 

Ti è piaciuto questo articolo? Consiglialo ai tuoi amici utilizzando uno dei pulsanti che trovi qui sotto e lasciaci un commento per sapere cosa ne pensi.