Giovanni Maria Angioy

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Il 23 febbraio 2008 ricorre il bicentenario della morte di Giovanni Maria Angioy. Ricordarlo per quello che era, un indipendentista, repubblicano, rivoluzionario, è quello che si deve fare. Angioy, illuminista liberale, fu l’artefice dei moti contro il feudalesimo, padre dell’indipendentismo sardo, teorizzò e agì per la creazione di una libera repubblica sarda. Dopo innumerevoli battaglie indipendentiste pagò il suo indipendentismo con il prezzo dell’esilio. Morì solo e povero a Parigi nel 1808.

Giommaria Angioy, Bono (SS) 21 ottobre 1751 Morto a Parigi il 22 febbraio 1808 politico, patriota e rivoluzionario, padre dell’idea Republicana Sarda Epoca = 1700 Nazionalità = sarda

Angioy guidò i fallimentari moti rivoluzionari sardi (1794-1796) contro i privilegi feudali ancora esistenti nell’isola, subendo la repressione del governo savoiardo. Oltre che politico, fu anche anche docente universitario, giudice della Reale Udienza, imprenditore e banchiere.

Sarebbe forse più opportuno (vista la situazione territoriale dell’epoca) considerare Giovanni Maria Angioy come un patriota sardo e non italiano, in quanto il moto liberale da lui guidato mirava ad una repubblica sarda, libera ed indipendente,dopo aver eliminato il giogo feudatario nell’isola.

 Formazione giovanile
I suoi genitori appartenevano alla borghesia rurale sarda. Ancora bambino, rimase orfano prima di madre – che morì a 30 anni- e poi anche del padre che da vedovo aveva indossato l’abito talare.

A Bono si prese cura della sua educazione uno zio materno, don Taddeo Arras, poi a Sassari il canonico Giovanni Antonio Arras. Lo zio Taddeo fu il suo primo maestro mentre gli altri insegnamenti gli furono impartiti a Bono dai padri Mercedari, presso la loro scuola sita nella chiesa del convento della Vergine della Mercede, titolo che dopo la chiusura del convento, decretata dal ministro Gian Lorenzo Bogino nel 1776, fu cambiato in quello di San Raimondo non nato.

A Sassari proseguì gli studi presso i padri gesuiti e a 21 anni era professore universitario. Ancora giovanissimo divenne poi sostituto avvocato, e a 39 anni Giudice della Reale Udienza, carica allora molto importante.

Le idee della Rivoluzione francese
Sulla facciata del Municipio di Bono si legge:
« A Giovanni Maria Angioy, che ispirandosi ai veri dell’89 bandì la Sarda crociata contro la Tirannide Feudale. »

Anche se con un certo ritardo, a causa dei limitati mezzi di comunicazione allora esistenti, anche in Sardegna erano giunte le nuove idee lanciate dalla Rivoluzione e dalla letteratura francese. Certamente l’Angioy aveva letto le opere degli enciclopedisti, di Voltaire, Montesquieu e di Rousseau.

Il mali del feudalesimo
Vittorio Amedeo II di Savoia aveva ricevuto la Sardegna in cambio della Sicilia, con il trattato di Londra nel 1718, divenendo il 17° re di Sardegna. Ad inaugurare il nuovo Regno inviò il suo luogotenente, poi viceré, barone di Saint-Rémy. Il nuovo viceré giurò agli Stamenti parlamentari di osservare, così come stabilito negli accordi internazionali, le leggi e i privileggi concessi dai governi spagnoli precedenti. Purtroppo diede disposizione che tutto continuasse come prima, cioè alla “maniera spagnola”, quando nel resto dell’Europa il feudalesimo era ormai scomparso da tempo.

Proprio il feudalesimo era il grande male della Sardegna. Basandosi sulla sfruttamento dei sudditi, penalizzava l’unica fonte di reddito dell’isola: l ‘agricoltura. In quel periodo infatti, l’isola era suddivisa in feudi ed altissime erano le rendite dovute agli arcivescovi di Cagliari e di Oristano, come pure quelle dovute ai maggiori feudatari come il marchese Alagon di Villasor, i marchesi Manca di Villahermosa di Thiesi e di Mores, il barone di Ossi, il Barone di Sorso e tanti altri.

Le città, in quel periodo, erano poco abitate mentre gran parte della popolazione viveva nelle campagne dove erano vessate dala durissima imposizione fiscale feudale: gli agricoltori veniva sotratto un quinto di ciò che seminavano (diritto di giogo), mentre per i pastori il tributo consisteva nel versare un capo di bestiame ogni dieci (deghino). Per i vassalli le tasse erano innumerevoli: ogni capo famiglia, oltre agli altri tributi, doveva pagare un reale (feu) e versare al feudatario una parte degli animali di corte (gallina da corte).

I moti anti-feudali
Dopo il rifiuto del Re alle richieste fatte dagli Stamenti – le celebri «cinque domande» – e cioè:

* riunione ogni dieci anni del Parlamento;
* conferma degli antichi privilegi;
* riserva per gli isolani di tutti gli impieghi civili e militari, a parte i i più alti;
* istituzione a Torino di un Ministero per le questioni sarde;
* istituzione a Cagliari di un Consiglio di Stato,

Il 28 aprile 1794, l’assassinio di due funzionari piemontesi a Cagliari degenera in aperta ribellione. Vengono inseguiti e uccisi dalla folla l’intendente generale Gerolamo Pitzolo (6 luglio) e il generale delle armi Gavino Paliaccio, marchese della Planargia (22 luglio). Sono i giorni de s’acciappa (la caccia ai piemontesi ancora in città). Furono catturati tutti i 514 funzionari continentali, incluso il viceré Vincenzo Balbiano, e furono cacciati via dall’isola. L’esempio fu seguito da altre città e la rivolta si propagò per tutta la Sardegna. L’isola viene provvisoriamente governata dalla Reale Udienza.

Il nuovo viceré piemontese, Filippo Vivalda di Castellino, rientrò a Cagliari il 6 settembre, ma le rivolte e i tumulti non si placcarono. Approffitando dei disordini, i feudatari logudoresi e la nobiltà sassarese, chiesero al re maggiore autonomia dal viceré e chiesero anche di staccarsi dal governo viceregio e dipendere direttamente dalla Corona.

Queste richieste irritarono i cagliaritani che fomentarono ancora di più la rivolta e il 28 dicembre 1795, una grande massa di rivoltosi accorsi da tutto il Logudoro manifestarono a Sassari contro il sistema feudale, intonando il famoso canto di Francesco Ignazio Mannu: procurad’è moderade, Barones, sa tirrannia. A quella rivolta parteciparono tutte le classi sociali: borghesia, nobiltà e popolo e fu in quell’occasione che si ritrovarono uniti per rivendicare l’autonomia del Regno.

Nel Logudoro i moti antifeudali si svilupparono nel 1795. In questa regione i diritti feudali non erano ben precisati ma pagati mediante barbare estorsioni. Si ribellarono i vassalli dell’Anglona: Sedini, Nulvi, Osilo si rifiutarono di pagare i diritti feudali. Più tardi i moti si propagarono a Ittiri, Uri, Thiesi, Pozzomaggiore e Bonorva e ad Ozieri e Uri i contadini s’impossessarono dei granai dei feudatari.

A sostegno dei moti cagliaritani, dai quali i nobili e i notabili sassaresi intendevano distinguersi, in molti paesi si strinsero patti d’intesa per non riconoscere più il feudatario e chiedere il riscatto.

Così avvenne che nei giorni di Natale del 1795 numerosi uomini a piedi e a cavallo circondarono Sassari. Ai primi colpi d’artiglieria il duca dell’Asinara e alcuni feudatari fuggirono e la città venne occupata dai rivoluzionari; i capi degli assedianti furono Gioachino Mundula e Francesco Cillocco. Fatti prigionieri il governatore Santuccio e l’arcivescovo Della Torre, i rivoltosi si avviarono verso Cagliari.

La carica di “Alternos”
Al fine di sedare questi disordini, il viceré Filippo Vivalda – il 13 febbraio 1796 – insieme ai rappresentanti degli Stamenti, decisero di inviare a Sassari Giovanni Maria Angioy, allora magistrato della Reale Udienza. A lui venivano dati i poteri di Alternos: ciò poteva esercitare il potere vicereale.

Con poca scorta partì da Cagliari inoltrandosi nel cuore della Sardegna. Durante il viaggio, nei vari paesi che attraversava, venne accolto con manifestazioni di simpatia mentre gli venivano esposti tutti i disagi sociali e i bisogni delle popolazioni.

Apparve a tutti come un liberatore e accese negli animi molte speranze. Si rese conto delle reali condizioni dell’isola, con un’agricoltura arretrata e l’oppressione feudale, con i disagi dei contadini e la profonda miseria dei villaggi.

Ogni paese volle fargli omaggio di una scorta di uomini e quando giunse alle porte di Sassari il suo seguito era imponente. L’accoglienza fu trionfale: accorse tanta folla e anche i canonici della capitale intonarono il “TE Deum”. Nel grande affresco che Giuseppe Sciuti dipinse alla fine del XIX secolo nel salone delle assemblee del Palazzo della Provincia, si vede Giommaria Angioy che entra a Sassari da trionfatore. Per la gente non era soltanto l’ Alternos cioè vice del vice; non era soltanto un alto magistrato, ma era il liberatore.

Dalla parte degli oppressi
Ridato ordine e tranquillità al Capo di sopra, Giovanni Maria Angioy chiese al viceré il riscatto dei villaggi infeudati, rifiutandosi di procedere alla riscossione dei tributi anche con la forza. Rispose al viceré che non avrebbe mai fatto l’esattore baronale. Si schierò apertamente dalla parte degli oppressi, proclamando la distruzione della feudalità e dichiarando apertamente le sue idee, in opposizione ai reazionari e al viceré.

Per circa tre mesi cercò di ricucire il rapporto tra vassalli e feudatari con atti legali, ma ben presto si rese conto che gli mancava il supporto della borghesia cagliaritana ed anche il sostegno del viceré.

Il fallimento della rivolta
I suoi compagni di idee e di partito – però – lo stavano pian piano abbandonando e la sollevazione popolare che aveva creduto di poter suscitare a Cagliari era svanita nel nulla.

In quei mesi il Piemonte veniva invaso dalle truppe di Napoleone e lui aveva avuto dei contatti con agenti francesi per preparare un piano eversivo e cacciare la monarchia. Ma gli eventi presero un’altra piega. Vittorio Amedeo III fu costretto a firmare il trattato di Cherasco e successivamente a Parigi, il 15 maggio 1796, la pace con i francesi. Si ritrovò così senza nessun sostegno esterno ed a capo dei rivoltosi.

Il viceré gli revocò la fiducia insieme ai poteri conferiti e si preparò a combatterlo. Sul suo capo venne messa una taglia di 3.000 Lire sarde mentre i soldati del viceré lo cercavano per arrestarlo.

Il 2 giugno parte con un esercito antifeudale diretto verso Cagliari; giunge ad Oristano l’8 giugno, ma viene battuto e abbandonato dai suoi.

Si rifugiò dall’amico Obino a Santulussurgiu e attraversando poi la Planargia giunse il 14 giugno a Thiesi e poi a Sassari. La sera del 16 giugno si diresse verso Porto Torres da dove s’imbarcò clandestinamente per Genova. Sperava di recarsi a Torino per ottenere ancora l’abolizione del feudalesimo.

L’esilio
Il suo amico, il canonico Giovanni Antonio Frase, di Bono, racconta nei suoi scritti che egli venne costretto a fuggire e a nascondersi, e non solo in Sardegna ma anche nel Continente. Il Frase riferisce la fuga da Casale, in Piemonte, verso la Francia in questa maniera: “Fissati gli appuntamenti sul luogo dove sarebbe pronta la vettura, un bel mattino disse ai frati che andava in un orto a mangiare dei fichi. Prese un’altra via, e giunto al luogo designato si trovò il suo compare Dottor Felice Mula Rubata vestito da ufficiale, munito di passaporti francesi, si montò in vettura, si galoppò a ufo, ed in poche ore furono in terra libera, ed ebbe da Faipoltu la sua cordiale accoglienza“.

Giovanni Maria Angioy moriva a Parigi povero e solo il 22 marzo del 1808 assistito e sostenuto dalla vedova Dupont. Venne sepolto probabilmente in una fossa comune.

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Il bicentenario della morte di Giovanni Maria Angioy sarà celebrato dal Consiglio Regionale sardo con un convegno dedicato alla sua figura. L’evento è organizzato in collaborazione con varie associazioni tra cui il “Comitato sardo per le celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia”. Ricordare Angioy in collaborazione con il Comitato che celebra l’Unità d’Italia è paradossale.