Frate Gomita e Michele Zanche; due sardi nell'Inferno di Dante - Contus Antigus

Frate Gomita e Michele Zanche; due sardi nell’Inferno di Dante

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Gomita frate, nativo di Gallura uno degli antichi Giudicati della Sardegna, vissuto nel secolo XIII, e famoso per le sue baratterie e per i suoi delitti. Egli si avea guadagnato la confidenza del celebre Nino Visconti regolo gallurese, il quale perciò gli lasciava governare a suo talento gli affari tutti del suo regno.

Partito Nino nel 1285 alla volta di Pisa per associarsi nel comando di quella repubblica al conte Ugolino della Gherardesca, lasciò in Gallura per suo vicario il suo confidente ed amico Frate Gomita. Costui, abusandosi dell’autorità conferitagli, e vedendosi avanti un’occasione assai favorevole per saziare la propria cupidigia, si abbandonò ad ogni sorta di eccessi.
Vendette pubblicamente la giustizia, barattò gl’impieghi; ed ogni altra cosa, o buona o malvagia, o vizio fosse o virtù, altro prezzo appo lui non ebbe fuorché quello del denaio. Né ciò bastando all’animo suo vile ed avaro, vendette la libertà ad alcuni aderenti del conte Guelfo, potente ed implacabile nemico del giudice Nino, il quale vivendosene in Pisa implicato continuamente nelle discordie civili della sua patria, o non seppe o non poté reprimere le iniquità del suo vicario di Gallura. Ritornato però nel 1293 a detto suo regno, ed assistito dai genovesi e dai pisani di partito guelfo, lo depose dalla carica, lo giudicò, e lo fece morire. Di questo solenne barattiere parla Dante nella Divina commedia, e lo fa conversare nell’inferno con Michele Zanche di Logudoro, non meno conosciuto di lui per lo stesso delitto di baratteria:

Chi fu colui, da chi mala partita
Dì che facesti per venire a proda?
Ed ei rispose: fu frate Gomita,
Quel di Gallura, vasel d’ogni froda,
Ch’ebbe i nemici di suo donno in mano,
E fe’ lor sì, che ciascun se ne loda:
Denar si tolse, e lasciolli di piano
Sì come e’ dice: e negli altri uffici anche
Barattier fu, non piccol, ma sovrano.
Usa con esso donno Michel Zanche
Di Logodoro, ed a dir di Sardigna
Le lingue loro non si senton stanche. ecc.
(Inferno, canto XXII)

Zanche Michele, barattiere famoso del secolo XIII, e l’ultimo dei regoli di Torres, il quale abbia esercitato nella provincia di questo nome il sovrano potere. Egli era siniscalco di Enzo re di Sardegna, e dopo aversi acquistato la confidenza del suo signore, ne abusò grandemente con fraudi e con trappolerie, le quali rimasero in fama per i versi immortali di Dante Alighieri, che lo appaiò a frate Gomita di Gallura, truffatore solenne dei medesimi tempi, e messolo nella quinta bolgia dell’inferno, cantò di lui:

Usa con esso (cioè con Gomita) donno Michel
Di Logodoro, ed a dir di Sardigna (Zanche)
Le lingue loro non si senton stanche.
(Inferno, canto XXII, vers. 88 ss.)

Allorché Enzo partì per le guerre d’Italia, lo lasciò vicario suo nel regno turritano; ed egli, volgendo intieramente a suo vantaggio la confertagli autorità, trovò mezzo di arricchirsi, barattando infamemente col danaro i doveri del proprio uffizio. Dopo la morte di questo principe accaduta in Bologna nel 1272, usurpò intieramente il potere sovrano, che per lo innanzi avea esercitato temporariamente ed a nome altrui. Come però, e per qual via riuscisse ad usurparlo, non è concordemente riferito dagli scrittori. Pietro di Dante dice, che Michele Zanche, morto il re Enzo, sposò la moglie di lui, dalla quale ebbe una figlia che maritò a messer Brancadoria di Genova, il quale poi lo uccise a mensa. Ma il Landino e il Vellutello, e tutti generalmente gli antichi espositori di Dante affermano, che non la moglie, ma la madre di Enzo fu sposata dal Zanche, e che da lei ebbe la figlia che fu poi data in moglie a Brancadoria; la quale narrazione concorda colle storie italiane del secolo XIII, le quali dicono che Michele Zanche fu al tempo stesso siniscalco di Enzo e drudo di Bianca Lanza sua madre, oltre l’autorità delle cronache sarde, dalle quali si chiarisce che Adelasia di Torres, già moglie di Enzo, morì assai prima di suo marito.
Gli scrittori pisani raccontano che nel 1250 la repubblica di Pisa destinò il nuovo regolo di Torres nella persona di un messer Vernagallo. Ma, se ciò è vero, tale destinazione non ebbe eseguimento; perciocché continuò il Zanche a governare in Sardegna gli stati di Enzo, finché dopo la costui morte si rendette nei medesimi regolo indipendente. Coll’uccisione di Michele Zanche terminò la successione dei regoli turritani; e subentrati  i Doria e i Malespina a signoreggiare vari tratti del paese, si divisero l’autorità nelle terre e nelle castella che ad essi erano per lo innanzi pervenute per mezzo di parentadi o per via di contratti. Essi tentarono ancora di assoggettare al dominio loro la città di Sassari già cresciuta a molta grandezza sulle rovine dell’antica Torres, e le fecero perciò la guerra in vari modi. Ma i sassaresi resistettero valorosamente agli assalti nemici, e reggendosi a comune fin dal 1276, obbligarono i Malespina e i Doria a patti di accordo, e poi nel 1294, espulsi dal territorio loro tutti i pisani, si collegarono colla repubblica di Genova, e diedero al proprio paese gli statuti e le forme di reggimento delle altre città libere d’Italia.

Fonte: Dizionario biografico degli uomini illustri di Sardegna (ossia storia della vita pubblica e privata di tutti i sardi che si distinsero per opere, azioni, talenti, virtù e delitti) di Pasquale Tola.

Paolo da Ozieri: http://www.webalice.it/ilquintomoro

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