Dei Nuraghi: terza parte

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Siamo giunti alla terza parte dell’articolo dedicato ai Nuraghi. Buona lettura…

Le Date.  Una interessantissima suddivisone, direi temporale, dei nuraghi fa il Lilliu con riferimento alle epoche ipotizzate della cosiddetta civiltà nuragica.  E così distingue tre periodi:

a)    periodo arcaico, che poi suddivide, con ragionato motivo, in Arcaico 1 (circa dal 1500 al 1200 a.C.) e Arcaico Il (dal 1200 circa al 1000 a. C.);

b)    periodo apogeico o medio (dal 1000 al 500 circa a.C.), che sarebbe quello del massimo splendore, durante ìl quale la costruzione dei nuraghi avrebbe raggiunto, appunto, l’apogeo;

c)    periodo della decadenza o addirittura dell’estinzione della civiltà nuragica.

 

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Bronzetto dell’uomo-toro di Santu Lesci

Grosso modo nel 1 periodo arcaico avviene la costruzione dei nuraghi semplici con camera a tholos, quelli, direbbesi, di tipo classico; nel Il periodo arcaico già si manifesta una certa evoluzione nella costruzione della torre a tholos, che talvolta assume una forma elittica.

 

Il periodo apogeico corrisponderebbe, appunto, alla fase di maggior splendore della civiltà nuragica, durante la quale vengono costruiti soprattutto nuraghi plurimi o complessi (pochi, in verità); ma in ispecie si costruiscono quelle costruzioni aggiuntive, addizioni, così evidenti anche oggi, a immediato ridosso del nuraghe centrale o a distanza piú o meno grande, in modo però che tutto l’insieme veniva a formare davvero un complesso formidabile per potenza, un centro di vita impressionante. Il III periodo, poi, sarebbe… superfluo, posto che in esso si ha l’abbandono della costruzione dei nuraghi classici o tipici, e la costruzione a corridoio.

La prima classificazione in nuraghi semplici, plurimi e complessi pare a noi la piú accettabile.  Quella relativa ai periodi testé riportata e in parte esaminata ci lascia, invece, perplessi e dubbiosi.  Non è certo nostro intendimento fare una recensione critica dell’opera monumentale del Liiliu: essa si raccomanda da sé.  Ma ci sarà consentito di esprimere qualche sommessa osservazione.  E così diciamo che questa suddivisione in periodi, ci appare, come dire?, un po’ scolastica, e quasi dettata da motivi marginali, piú di armonia che sostanziali di merito.  Soprattutto vogliamo dire questo.  Come divisione temporale in periodi o in epoche alle quali si possa riferire la costruzione dei nuraghi, nulla da osservare e da dire: può esser accettata a occhi chiusi, perché basata su dati obiettivi di una certa fondatezza.  Non ci convince, invece, come dire?, l’aggettivazione qualificativa adoperata dall’Autore: precisamente l’aggettivo arcaico attribuito al primo periodo e quello di apogeico dato al secondo. E ci spieghiamo subito.  L’aggettivo «arcaico» fa pensare a un tipo di costruzione ancora grezzo e rozzo, tanto piú in quanto a questo periodo si contrappone, quasi, l’aggettivo «apogeico» dato al successivo.

Invero sembra un fatto singolare, ma certo è significativo, che i numerosissimi nuraghi semplici a torre, come quello di Orolío (presso Silanus, che è tanto bello da aver indotto il Lilliu a porlo sulla copertina del suo primo volume), di Nuraghe de s’Orku di Sarroch, di Titirriòla nella montagna di Bolotana, quello centrale di Barùmini ecc., che appartengono tutti al primo periodo cosiddetto «arcaico», non si manifestano come opera di uno stadio primitivo e ancora grossolano di costruzione, una specie di tentativo, ma sono invece opere che appaiono perfettamente compiute e finite, secondo un disegno architettonico già sperimentato e maturo.  Gli architetti e costruttori o, piú probabilmente, i costruttori-architetti dei primi nuraghi sapevano perfettamente quello che volevano costruire, e come lo volevano costruire, e con quali mezzi e strumenti, talché può dirsi che questi nuraghi semplici rappresentino il meglio delle costruzioni nuragiche, e che i costruttori abbiano raggiunto l’apogeo proprio nel tipo di costruzione di cui trattiamo.

Al contrario, le costruzioni attribuite dal Lilliu al periodo che egli chiama apogeico, nulla aggiungono strutturalmente al nuraghe tipico primevo, del periodo cosiddetto arcaico; non mostrano alcuna novità costruttiva, salvo, si intende, una tecnica piú progredita, una perfezione maggiore, una migliore armonia di rapporti fra i vari elementi, come si palesa ad esempio nella torre a volta, a tholos, del nuraghe di Santu Antine di Torralba, che il Lilliu data circa all’anno 1000 a.C.

Ma anche sotto un altro riguardo non ci pare che si possa dare al periodo fra il 1000 ed il 500 la classifica di apogeico.  Ne diamo subito il perché: anche se, forse, l’osservazione dovrebbe trovare migliore collocazione in altro punto di queste note.  A che cosa servivano i nuraghi, quale funzione assolvevano?  Or pare a noi poter dire che cotali opere (i nuraghi arcaici, cioè) erano dirette a consolidare nel tempo e nello spazio il predominio da parte di una popolazione dominante, e in espansione, su una popolazione dominata. Avevano cioè un carattere, un contenuto precipuamente ed eminentemente offensivo. Mentre le addizioni, gli inserti, i bastioni, i contrafforti, i camminamenti, le cortine ecc., giustamente dal Lilliu assegnati al periodo successivo, apogeico, appaiono dettati da una esigenza opposta: cioè da una necessità di difesa.  Forse dalla comparsa in campo di altre popolazioni, indigene o straniere, come i Fenici, forse i Greci, i Cartaginesi, a contrastarne o a scuoterne il dominio, anche in combutta fra di loro.  E anche dalla comparsa di mezzi bellici piú potenti ed efficaci, ad esempio l’ariete chrióforos, di costruzione cartaginese, strumento ossidionale che si palesò efficientissimo.

Or si può chiudere questa disgressione, forse troppo lunga, che spero però non sgradita e non inutile, con questa enunciazione: il popolo che ha eretto i nuraghi raggiunse la vetta della sua civiltà e potenza, l’apogeo, durante i secoli dei primi due periodi chiamati «arcaici».  Nel periodo successivo, chiamato «apogeico», al contrario, cominciò a regredire, fino poi a scomparire del tutto, dissolto nella notte dei tempi, senza lasciare altra traccia di sé che queste ciclopiche costruzioni, queste vestigia di un tempo certo di potenza e forse anche di splendore, rimasto purtroppo ignoto perfino ai popoli coevi. Continua…

Tratto integralmente da: Curiosità del vocabolario sardo di Antonio Senes.

Paolo da Ozieri

Vedi anche:

Dei Nuraghi: prima parte

Dei Nuraghi: seconda parte