Charles Edwardes arriva a Golfo Aranci

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Molti stranieri in passato hanno scritto in merito a quella che veniva considerata una terra selvaggia e inospitale, la nostra amata Sardegna. Tra questi nel 1888 ci fu Charles Edwardes, autore del libro, pubblicato a Londra l’anno seguente, dal titolo “La Sardegna e i Sardi”.
Leggiamo come egli descrive il suo arrivo sull’Isola…

Fu al termine di un’umida notte di maggio che sbarcai dal vapore a Golfo Aranci, a nord-est della Sardegna. La nave collega ogni giorno l’Italia con l’Isola, lasciando la terra ferma nella rossa luminescenza del sole che declina all’arrivo dopo dieci o dodici ore di viaggio. Ritengo che raramente sia stracarica di passeggeri.
Un viaggio di dodici ore costituisce un’impresa ardua per l’italiano medio che, per giunta, se qualcosa conosce della Sardegna, pensa sia una terra di barbari (latrunculi mastrucati) e sa bene che nelle sue selvagge terre deserte non troverà dei caffè con i tavolini sistemati al sole ed altre comodità per i suoi gusti dissoluti…

…Alle quattro del mattino ci trovammo nell’oscurità silente del mare aperto della Sardegna, sotto un gagliardo acquazzone.
Ma le nuvole alte nel cielo non erano foriere di pioggia.
Nel mezzo della massa della nera nuvolaglia, che a tratti si squarciava sopra di noi, brillavano come tenere lune le stelle più grandi. Il loro lucore ci permetteva di scorgere le brevi onde oleose del mare e ci costringeva a sforzare la vista per scrutare le forme spettrali dei promontori collinosi che, come le curve di un forcipe, racchiudono il golfo degli Aranci.
La certezza più assoluta della vicinanza della terra l’avemmo attraverso il senso dell’olfatto. Si percepiva l’incantevole profumo di erbe dolci, l’odore dell’acqua salata. Questo profumo andò intensificandosi quando, traghettati da una barca, raggiungemmo la banchina ferroviaria la quale serve, altresì, come molo di Golfo Aranci.
L’alba grigia, che frattanto si era sufficientemente rischiarata tanto da consentirci di discernere la presenza di parecchi ragazzini che si muovevano lungo il margine della spiaggia, di scorgere qualche casa bianca e la locomotiva di un trenino, rivelò pure i cespugli di timo selvatico, di lavanda, di alti cardi dai fiori azzurro pallido, di cisto, di menta che ricoprivano il declivio pietroso sul quale sbarcammo.
Grandi alberi di ginestra addolcivano l’aria. Avrei potuto immaginare di trovarmi a Kerry e d’altronde il modo brusco e sfacciato, col quale questi ragazzetti sardi si impossessarono del mio bagaglio, mi fece venire in mente proprio l’Irlanda e le costumanze della sua gente.

Nonostante gli sbuffi ed il lungo viaggio che lo aspettava, il trenino pareva non aver fretta alcuna di partire da Golfo
Aranci. Sostò per un’ora e mezzo, zigzagando e infilandosi avanti e indietro sulle rotaie viscide.
Frattanto, la parte orientale del cielo aveva assunto un colore rossastro ed era ormai giorno fatto. Non si vedeva il
sole; dominavano le nuvole che pendevano basse sulle grigie colline di granito e sulle scogliere tutt’intorno alla baia.
Ora si stagliava chiaro il profilo discontinuo del porto. Somigliava per buona parte alla costa d’Irlanda.
Qui, un impudente isolotto triangolare si elevava dall’acqua color porpora pallido fino alle nuvole. Nello sforzo di
congiungersi al cielo, i suoi fianchi erbosi avevano ceduto, creando uno scosceso gradone nel granito. Ci si sarebbe potuti arrampicare dalla terra al cielo attraverso quella massiccia scala naturale. Altrove, le lingue di terra sommerse od emergenti dall’acqua somigliavano, per il loro aspetto, ai fantastici mostri marini scandinavi.
Il golfo è ben protetto. Pare, quasi, che la natura lo abbia racchiuso all’interno di tanti bastioni concentrici. Se l’isola più lontana dovesse sparire a causa di un cataclisma, spetterebbe a quella successiva l’onore di difenderlo.

La più appariscente, e la più grande di queste isole, è Tavolara, situata in direzione sud-est. Qui dimora un re.  Quando Carlo Alberto, nel 1843, visitò la Sardegna, il proprietario di Tavolara inviò garbatamente al sovrano delle pecore per la sua mensa. Il re volle ricambiare la cortesia e, pertanto, al colono fu chiesto che cosa potesse desiderare.
– Una libbra di polvere da sparo – fu la risposta data dopo breve esitazione.
– Ma questa è una vera sciocchezza da chiedere ad un re – gli fu osservato.
– Dite allora che mi piacerebbe essere re di Tavolara così che coloro che giungeranno qui mi rendano ossequio come fanno a lui – soggiunse l’ingenuo.
Da allora, il proprietario di Tavolara è diventato il “re di Tavolara”. Possiede una sua bandiera ed un cannone col
quale spara in segno di saluto.
Questa stessa persona di larghe vedute si concesse due mogli, due sorelle; una, però, la teneva in un’isoletta del suo principato separata dall’altra, così che la sua pace domestica mai fu posta in pericolo ed egli, col mutar della compagnia, poteva permettersi anche il cambio della scena…