Canne al vento di Grazia Deledda

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Ci si chiede a distanza di quasi cent’anni, perché leggerlo ancora?
Risposta. Dentro c’è tutto: la vita, la morte, l’egoismo e la rinuncia, il delitto e il castigo, l’assassinio e il pentimento.
C’è la storia di una società arcaica, chiusa nei propri pregiudizi sociali, in una anacronistica divisione in classi.
Efix, il personaggio principale, è il servo fedele, custode di segreti, colpevole e santo contemporaneamente. Le tre dame Pintor vivono all’ombra di un passato ormai mitico, destinato a non reggere il confronto con la modernità incarnata dal nipote Giacinto.
Il paesaggio è l’altro grande ed indiscusso protagonista della storia. Le lunghe descrizioni di una natura spesso ostile, non sono fini a se stesse. Le rocce, le piante, la terra stessa respirano insieme, coralmente, sono fatte della stessa sostanza del sogno, materia pulsante.
Il paesaggio è anima, abitata da brulicanti presenze notturne, da esseri fantastici, proiezione di paure ataviche ed incontrollate.
Il giorno appartiene agli uomini, è destinato al duro lavoro dei campi, alle altre attività quotidiane. La notte è tutta degli spiriti erranti, esseri partoriti dall’immaginazione popolare, presenze vive la cui essenza permea tutta la narrazione. Folletti, Janas, fantasmi di antichi baroni, Panas. “Un ansito misterioso pareva uscire dalla terra stessa”.

Canne al VentoE il destino beffardo impera su tutto. Inutile opporvisi. Le forze umane non bastano. L’uomo come le canne, è in preda al vento che lo spinge e lo trascina senza sosta dove vuole.
I temi dell’onore, dell’orgoglio della nobiltà, della sacralità dell’ospite, vengono srotolati come un tappeto davanti agli occhi del lettore attento.
E quel senso di impotenza e amara solitudine che traspare dagli ultimi momenti di Efix, quando ancora non si sono spenti gli echi della festa, è sentimento universale di convivenza della vita con la morte, in un destino già segnato contro cui le fragilità umane non possono combattere.
Romanzo fatalista, intriso di sincretismi mistico-pagani, in cui religione, superstizione e favola si mescolano. Un’alchimia le cui trame imprigionano i protagonisti come mosche in un miele micidiale. E come mosche si dibattono nell’amara dolcezza di quel venefico miele che è il vivere stesso. Il dibattersi, il voler cambiare la propria condizione è possibile soltanto valutando il peso dell’onore che grava come un macigno sulle coscienze e sui ricordi di ognuno.
Il passato non può essere dimenticato, esso suscita sentimenti ambivalenti. Eden in cui ricchezza e nobiltà procedono di pari passo.Inferno dopo la caduta di Lia, la sorella più piccola delle dame Pintor. Lo scandalo della fuga, l’omicidio del padre, “rosso e violento”, antitesi di Efix.
Il passato è come i morti, destinato ad essere rigurgitato e mal digerito dalla sorte. Ciò che è stato torna sempre, nessuno si salva. L’inquietante presenza del ricordo percorre il romanzo come un lacerante brivido. La regola ferrea di una società pastorale è che nessuno può permettersi di seguire le proprie inclinazioni personali. Tutti i ruoli devono essere rispettati.
Noemi, innamorata di Giacinto, finisce con lo sposare il ricco Don Pedru, per restaurare ricchezza e reputazione della famiglia Pintor.
Così tutto torna a posto, scongiurata povertà e decadenza. La tradizione è rispettata. L’onore è salvo in un’apoteosi d’infelicità.
Emerge dall’opera deleddiana un senso amaro e frustrante della vita, il cosmico adagiarsi di personaggi vinti assimilabili per certi versi al ciclo verghiano.
Il mito de “la roba”, di un benessere economico fondamento di prestigio sociale e valore individuale, rimane di una sconcertante attualità. Le dame Pintor sono povere, nobili decadute agli occhi della gente. Un matrimonio di convenienza le riporterà agli antichi splendori.
Il vecchio eterno mito dell’avere a cui si sacrifica l’essere…

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