Arte figulina a Decimomannu

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L’evoluzione in Sardegna dell’industria e arte figulina si può far risalire ai primordi degli insediamenti umani. Le varie culture di Ozieri, Monte Claro, Bonnannaro e dei vasi campaniformi ne danno un’ampia testimonianza. L’oppido di Decimomannu era famoso, in antichità per questo genere di prodotti, poiché esistono altri nomi di fabbriche impressi in diverse figuline, raccolte nella stessa località, queste sono conservate nel Museo di Cagliari.
Dai tempi dei romani, in Sardegna c’era una notevole industria figulina, Plinio ne dà notizia nei suoi scritti. Decimomannu e la sua zona erano tra i maggiori produttori. Dai reperti rinvenuti, doveva esserci una certa quantità di laboratori di oggetti in terracotta, come gli embrici giunti a noi così ben fatti, ad imitazione delle pianelle in trachite che servivano per le sepolture, da essere riconoscibili solo per il bollo del figulo in rilievo. Il bollo è tondo, con in mezzo inciso un globo e attorno la scritta: EX FIGLINIS AVID.IOVI. Questo laboratorio era noto ad altri figuli trovati nello stesso sito.  I manufatti erano esportati a Roma, dove la “Sarda creta” era molto apprezzata.
Tanto doveva essere famosa e industriosa la zona, che lo Spano nel 1862 (Maggio) nel Bollettino Archeologico Sardo scrisse un articolo specifico sui “Bolli figulini di Decimo”.

Nel 1879 nella zona della stazione vecchia, vennero trovati dei reperti risalenti ai punici, erano fatti con maestria, tanto da essere citati in una comunicazione fatta all’Accademia dei Lincei.    Urna ossuarie in terracotta, stoviglie finissime invetriate in nero, aventi forme raffinate “svelte e gentili” (Geom. Nissardi).

Nei centri dove la materia prima era reperibile, argilla, si andarono formando delle industrie che producevano stoviglie e pezzi vari per l’edilizia oltre ad altri utensili. Tra i centri più importanti c’erano: Cagliari, Assemini, Decimomannu, Pabillonis, Oristano, Alghero, Sassari ed altre distribuite in tutta l’Isola. Naturalmente vogliamo interessarci dell’evoluzione e sviluppo dell’arte figulina a Decimomannu. I documenti storici risalgono a poco più di 450 anni fa, ma sicuramente nel periodo precedente gli utensili per la casa e stoviglie in terra cotta erano prodotti, venduti ed usati.
Nel 1549 in un atto notarile, del notaio Coni, poi di comune accordo tra i contraenti revocato, si stabilirono le condizioni di fornitura dei manufatti. Questo contratto,  molto importante per tutte le novità che conteneva, ci fa capire quali erano le richieste di qualità , di quantità, dei contraenti. Ancora ci dice quale tipo di lavorazione e quali esigenze erano richieste, il prezzo che sarebbe stato pagato. Il figulo si sarebbe dovuto assumere la responsabilità delle terraglie sino a che queste non fossero state consegnate, provvedendo alla consegna a domicilio, pagando il trasporto ma non i diritti dell’ ”amostassen” mostazzaffo*. (*Funzionario, nel periodo Spagnolo, preposto all’approvvigionamento dei viveri ed alla disciplina delle vendite).

Nell’inventario (1573) redatto alla morte dell’arcivescovo di Cagliari, Antonio Parragues de Castillejo, figurano 11 “frascos grans de terra de Degimo”. Questa testimonianza conferma il gradimento allora riservato alla ceramica decimese.

Anche nell’inventario dei beni redatto alla morte di Salvatore Aymerich (1563), signore di Mara Arbarei, figurano dei pezzi di terraglia di vario genere, tra i quali molti attribuibili a quelli di Oristany.
La conferma che “is Strexiaius” continuassero a Decimomannu il loro lavoro è dato da altri due inventari del 1626 e 1630 dove sono citati: “Llibrellas de Deximo” e “un flasco de terra obra de Deximo”. Gli artigiani di Decimomannu e di Oristano erano tra i migliori nella produzione di ceramiche da mensa e da cucina come; jarras, ollas, frascos e llibrellas. In particolare a Decimomannu si producevano anche cassolas, mentre ad Oristano plats e scudellas. Questi erano citati nei documenti storici, oltre che con il termine “sardescos” anche con la zona di produzione, come detto, che ne indicava la provenienza ed era sinonimo di qualità. Anche nei paesi vicini era fiorente questo tipo d’industria, per via della materia prima, nella zona piuttosto abbondante, ma la qualità che si produceva a Decimomannu non aveva confronto con nessun’altra, neppure con quelle di Cagliari.
Nel 1689* i terraioli di Cagliari reputarono necessario formare il gremio.  Nello statuto è ben specificato il motivo. Da troppo tempo le produzioni di ceramiche a Cagliari erano di pessima qualità. Per impasto e cottura difettosi, tanto da non avere neanche un quinto della resistenza di quelli prodotti in precedenza. Non erano più rispettate le dimensioni tradizionali dei manufatti. Le pianelle e le tegole prodotte prima valevano, almeno, quattro volte quelle attuali. Ne conseguirono lamentele e la tendenza ad acquistare prodotti d’importazione.
A Cagliari, i terraioli erano sempre più improvvisati, senza avere nessuna conoscenza “dell’arte”.  Pertanto i nuovi figoli avrebbero avuto l’obbligo di fare l’apprendistato presso un maestro riconosciuto come esperto e quello di sostenere l’esame. Era fatto obbligo ai maggiorali di controllarne il corretto comportamento professionale. Avevano l’obbligo di chiamare gli esaminatori (vehedori) e i maggiorali, ogni volta che i manufatti erano estratti dal forno, affinché ricevessero il consenso alla vendita. La pena, quando non si fosse ottemperato a questo, era la distruzione dei pezzi, seguiti da copiosa multa. Nel caso comunque che le terraglie fossero state messe in vendita, a pagarne le conseguenze oltre al maggiorale sarebbe stato anche il vehedori.
La Reale Udienza, modificò in senso pratico le disposizioni ma non nel contenuto. I controlli sarebbero dovuti avvenire nel giorno stabilito, altrimenti i terraioli avrebbero potuto vendere i manufatti comunque. Fu respinta la richiesta del gremio cagliaritano che voleva imporre il “dazio” di 15 soldi l’anno agli artigiani di San Gavino, Decimomannu, Oristano ed altre ville che vendevano la loro produzione in città. La richiesta prevedeva anche che i maggiorali avessero potuto fare il controllo della qualità. Da questo si stabilì la consuetudine che i terraioli decimesi potessero recarsi a Cagliari a vendere le terraglie per uso domestico, consuetudine confermata dal Viceré nel 1777. *Dal 1689 e per molto più di un secolo la suppellettile necessaria per l’uso domestico dei cagliaritani veniva in realtà fornita dai terraioli di Decimomannu.
Nel XVIII° secolo si andò sempre più diffondendo la verniciatura (o invetriatura) dei vari manufatti, anche perché facilitato dall’abbondanza di minerali atti a questo. Vernici, pigmenti oltre alla “galanza” (galena) erano tassati, per questo molti artigiani si approvvigionavano clandestinamente. Detta pratica, in molti casi era tollerata dai governanti. Fu disposto l’obbligo per i terraioli di denunciare ai probiviri l’acquisto di vernici dalla Spagna (Barcellona e luoghi limitrofi). Non tutti furono d’accordo; Oristano sì “allinèo”, Cagliari, nello statuto del gremio, non ne fece menzione. Probabilmente non c’era difficoltà per l’approvvigionamento dei materiali per l’invetriatura. Al parlamento del 1641, il sindaco di Iglesias chiese, poiché tutti gli appalti sulle estrazioni dei minerali erano stati tolti, ad eccezione che per la galena, che fosse revocato anche questo. In maniera da favorirne la detassazione che era del 5%. Poiché i galenieri la estraevano accanto alla città e la portavano a casa, si chiedeva fosse concesso loro di venderla liberamente. Nella miniera di Iglesias lavoravano allora abitanti locali, ma anche di Cagliari e Assemini. Si può ritenere che il sindaco di Iglesias volesse rendere legale la pratica dei galenieri di vendere il minerale clandestinamente. Di ciò, sicuramente, i figoli di Cagliari Decimo e Oristano se ne sarebbero avvantaggiati.  
Alla fine del XVIII° secolo, i materiali per la costruzione e manutenzione della chiesa di Santa Greca, mattoni e tegole erano portati da fuori Decimomannu. Non si conosce da dove. Questo però, ci fa capire che, tra le altre cose che i figoli decimesi fornivano all’edilizia, non c’erano mattoni e tegole.
Tra i terraioli cagliaritani e decimesi si era aperta una competizione, ormai secolare.
Non tutti i prodotti fabbricati in città erano verniciati, soprattutto perché i terraioli cagliaritani non avevano dimestichezza con le vernici. Questo emerse quando, per riparazioni necessarie alla sede della Reale Udienza si presentò l’esigenza di richiedere tegole verniciate e tubi verniciati dentro e fuori, anche in quell’occasione fu preferita la produzione dei terraioli di Decimomannu, poiché quella dei cagliaritani non era all’altezza come qualità, sia come terra sia come lavorazione. Anche gli utensili domestici prodotti a Decimomannu erano i migliori e: ”Ogni genere di tegame[era] verniciato”.
Nel 1820 un gruppo di artigiani decimesi presentò un ricorso che orgogliosamente poneva in evidenza la differenza con il gremio di Cagliari: ” I fabbricanti di Cagliari, non sapendo far altro che pianelle, tubi, pignatte, tegole e vasi per fiori e malfatti, com’è notorio, e come il pubblico di Cagliari può ben testimoniare, vogliono sottoporre ad esami i Rassegnanti che sanno fare più cose; broche, fiaschi, piatti, scodelle, e ogni altro genere di tegame verniciato, che a Cagliari si ignora e che se i Rassegnati non fanno, Cagliari non ne ha”.
Nel 1833 sul dizionario del Casalis (Angius) si legge “Avvi di notabile in questo villaggio la fabbricazione di terraglie grossolane, che danno opera a 70 persone… di cotal manofatti è grandissimo smercio in tutto il Campidano e nella stessa capitale, dove si ha sempre un gran deposito, e dove ne portano sempre grandissimi carichi, per la solennità della Vergine del Carmine.”  Decimo contava allora 1094 abitanti che corrispondevano a 370 fuochi (famiglie, o case), erano distribuiti, nelle varie attività: 250 agricoltori, 35 pastori, 30 artigiani. Nella vicina Decimoputzu erano attivi 40 figoli. Il paese era formato da 1080 abitanti (320 agricoltori, 20 pastori, 12 addetti alle macchine meccaniche). Ad Assemini, 2025 abitanti, paese industrioso, nel quale oltre ad agricoltori, pastori, pescatori e cacciatori; ” una piccola parte fanno i vasellai. Questi fabbricano con qualche arte delle stoviglie grossolane, brocche scodelle, fiaschi, tegami, casseruole ed altri vasi. Ne provvedono i villaggi vicini, ma la maggior vendita si fa a Cagliari nella vigilia delle festività della Vergine del Carmine ove concorrono co’ decimesi, che in gran numero sono applicati in questi lavori. Se avessero metodi migliori potrebbe scemar di molto in loro profitto quantitativo che ogni anno si sborsa per terraglie straniere.” In altre zone della Sardegna c’è l’attività figulina. Pochi sono però i paesi degni di menzione: ”In Tortolì sono dei vasai che fanno brocche, scodelle, tegami, dè quali si provvede tutta l’Ogliastra. I lavori di questo genere che sono rozzi in Oristano e in Decimo, qui lo sono ancora di più.Quei di San Vito si possono pareggiare ai secondi”. Il della Marmora, nel suo viaggio in Sardegna, tra le altre cose fa conoscere che: “ A Decimomannu c’è una notevole industria ceramica; gli articoli sono trasportati a dorso di cavallo in tutti i centri del Campidano meridionale, il paese rifornisce in oltre Cagliari di una gran quantità di oggetti di arte ceramica, che per tre interi giorni sono venduti in piazza del Carmine, in occasione della festa della chiesa omonima. Una simile mostra di terraglie, i vasai decimesi la tenevano anche per la festa di Santa Greca, che si celebrava il primo maggio con gran concorso di popolo.” Nel 1850, ci fa notare lo Spano che tale Luigi Garau a Villaputzu iniziò l’industria figulina; “Introdusse l’industria delle stoviglie che sono rinomate come quelle di Decimo. Scoperse la galena in Gibas della quale si serviva per dare vernice ai vasi, lo che diede traccia ad altri di scoprire la miniera”.

Dopo il 1850 nella Sardegna meridionale si ebbero le prime iniziative industriali.

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Il canonico Spano segnalò l’iniziativa di Decimomannu. Allora il sindaco era Raimondo Pisano, questi tra i suoi progetti per migliorare le condizioni di vita e di lavoro della villa aveva l’intenzione di far diventare il lavoro dei figoli annuale, da stagionale che era. La materia prima per il settore non mancava, dato il terreno alluvionale di Decimo, a pochi centimetri dal suolo era ricca di argilla di buona qualità. In Decimomannu, da poco diventato mandamento, si ebbe l’iniziatriva di fabbricare pianelle. “Le fabbriche di stoviglie in Oristano sono più famose di quelle di Decimo: ma queste ultime, attesa la varietà della creta di cui abbonda il territorio circonvicino, possono riuscire vantaggiose per altre industrie. Perciò fin dal 1861, si era istituita una Società Ceramica con vistosi fondi, erigendo uno stabilimento in vicinanza a Santa Greca. Si sono fatte tante prove per le pianelle che riuscivano come quelle in Francia, e si pensava d’imitare pure quelle di Napoli: le prime materie si prestavano molto bene; ma finalmente dopo tante spese fatte dai soci contribuenti l’impresa fallì per la mala fede di colui che aveva la direzione, e così questo stabilimento che avrebbe arrecato con grandi risparmi molti vantaggi, andò ad incontrare la sorte delle altre industrie sarde che furono tentate sopra altre materie. Manca la buona fede, e se in Sardegna si trovasse, non ci sarebbe tanta miseria.”

Francesco Corona nel 1896 redò una guida storica, artistico, commerciale dell’Isola di Sardegna. Questo permise di verificare la situazione anche nel settore dei laterizi, le cui fabbriche più note erano a: Cagliari, Decimo, Sassari, Nuoro, Bosa e Alghero. Tra i centri di produzione del circondario di Cagliari, Decimomannu continuava ad essere ritenuta la sede più importante per le stoviglie ordinarie, che si vendevano in molte parti dell’isola. Venivano poi Assemini, per stoviglie grossolane e altri centri per tegole, mattoni e laterizi vari. A Teulada c’èra una fabbrica di pipe in terracotta.
Nel 1928 quali centri principali di produzione erano indicati: Oristano, Pabillonis, Assemini, Decimo, Tortolì, Teulada Nurallao, San Sperate per terraglie comuni. Dorgali e Oristano per terrecotte artistiche. Assemini e Cagliari per maioliche policrome decorate.
Nel periodo tra le due guerre (1920-1940), nel circondario di Cagliari, il paese di Assemini, sede delle prime sperimentazioni artistiche di Federico Melis, soppiantò il vicino centro di Decimomannu. Erano, infatti, attivi circa trenta figoli asseminesi a fronte di due-tre decimesi. (testimonianza del ceramista Vincenzo Farci).
De Danilowicz nel 1940 stese una topografia dell’arte rustica e dell’artigianato rurale in Sardegna.  Distinse i centri di produzione di terraglie e terrecotte. Nel primo erano comprese le officine che producevano il vasellame a pasta rossa: Teulada, Assemini, Maracalagonis, Decimomannu, Domusnovas, San Sperate, Villaputzu, Senorbì, San Gavino Ballao, Pabillonis, Serri, Nurallao, Tortolì, Il circondario di Oristano, Belvì, Suni, Dorgali, Bono, Alghero, Florinas Ploaghe, Luras. Per i secondi: Cagliari, Assemini, Villaputzu, Oristano, Dorgali.
“Decimo oltre che un centro agricolo è anche sede di un’attiva industria figulina, che rifornisce di laterizi e di stoviglie tutta l’isola. Con l’ottima argilla di questa plaga i figuli modellano, su un tornio rudimentale, quelle anfore snelle e caratteristiche, is marigas, che le donne di ogni villaggio adoperano per attingere l’acqua e tengono equilibrate sul capo con grazia leggera quando ritornano dalla fonte.” (Marcello Serra)

Nel 1951, i figoli di Decimomannu, pochi ormai erano giunti alla conclusione del ciclo che aveva reso famoso il paese in tutto il Campidano e buona parte della Sardegna. L’arte si manteneva ancora nel paese vicino di Assemini, dove anzi proliferava con buoni lavori e buoni artisti. Le nuove officine lavorano per pezzi d’artigianato e non per la produzione di utensilerie varie; come pentole, cassolas, brugnas che nel secolo scorso erano necessarie per la vita.Le varie tecniche sull’argilla e la creta sono ora portate avanti nei settori artistici, industriali. Solo in zone storiche come: Campania, Liguria e poche altre, si producono terrine e recipienti di cottura per alimenti.
I signori Garau e il Signor Cabitza avevano i laboratori accanto a casa mia. Ebbi modo di vedere i Terrajoli al lavoro e di usare i loro pezzi per andare ad attingere l’acqua presso l’unica fontanella che c’era nel paese.
La trafila produttiva andava dalla preparazione dell’argilla che era vagliata, all’impasto e digestione. La pasta d’argilla era lavorata con i torni verticali che erano azionati con i piedi, nudi,   e non con i motori. La rotazione del tornio era lenta ed irregolare, pertanto i manufatti erano poco precisi e la loro superficie presentava delle rigature, come quei manufatti arcaici ritrovati nei siti preistorici. Tutti questi lavori si svolgevano nel periodo estivo. Quando non incombeva il pericolo di piogge, giacché l’essiccazione dei prodotti avveniva all’aria libera. Spesso: marigas, sciveddas, brugnas e frascus erano lasciati nel Vico Riu Concias, dai signori Garau sino a che diventati secchi si sarebbero potuti cuocere.
L’operazione precedente la cottura era l’invetriatura dei manufatti. Bisognava preparare il minerale polverizzandolo in una sorta di mortaio; la “galanza” (gabanza) o galena, che poi andava sciolta nell’acqua con i sali che avrebbero dovuto dare il colore alla vetrina, giallo, rosso, verde. La tecnica dell’ingobbio non era usata, perché i manufatti prodotti erano per gli usi quotidiani, dovevano essere quindi pratici ed avere un costo accessibile.
La cottura delle terraglie era una fase molto delicata, così come quella precedente dell’essiccazione. La disposizione dei pezzi dentro il forno, l’impilatura, affinché non crollassero, era critica. La cottura avveniva in un forno arcaico non diverso da quelli che si usavano qualche millennio fa. L’energia termica era prodotta con una gran quantità di fascine, tanto che la brace, la carbonella residue, erano usate per la cottura di vivande o per altri usi pratici. In questa maniera i corgiolargi recuperavano qualche somma che conteneva un po’ le spese di cottura delle terraglie. I tempi di rafreddamento erano e dovevano essere calcolati molto attentamente. La fragilità dei materiali ed i risultati finali d’impermeabilità dei manufatti era importante, così come la resistenza agli sbalzi termici, poiché la fiamma serve per la cottura dei cibi o di quant’altro.

*L’atto notarile del 6 novembre 1549 conferma che in quel periodo a Decimomannu c’era una produzione di fittili di vario tipo. Antonio Blanc, mercante di Lapola (Marina, Bagnaria), stipula un contratto con Antioco Mancoso, congiolargio di Decimo. Il contratto fu registrato dal notaio Bernardino Coni. L’accordo prevedeva, per il Mancoso, l’impegno alla fornitura: “tot lo sterio e tota la obra de terra que pora fer dins hun any de huy avant comptador coes jarres grans xigues cassoles grans mijanes menors y xigues olles grans mijianes menors y xigues y de tota manera justa forma del compas y trassa te dona mestre Filippus Venca”. La richiesta precisa e specifica del mercante era che i tegami (cassoles) dovevano essere stagnate (Stagnades). Per sostituire i pezzi difettosi o danneggiati doveva essere approntata una produzione di riserva, pari al 25% di ogni partita. Erano richiesti oltre ai tegami anche i coperchi. Per ogni pezzo, indipendentemente dalla grandezza, si stabiliva il prezzo di tre cagliaresi. Il figolo era obbligato a consegnare il vasellame direttamente a casa del mercante, assumendosene la responsabilità, le spese di trasporto ma non quelle del mostazzaffo.
L’atto venne poi dai due contraenti revocato, ma per le novità che contiene costituisce un documento di grande importanza.
“Cassoles” e “panades”, con questo termine si indicavano i recipienti per la cottura degli alimenti, ma c’era la corrispondenza anche con pietanze della gastronomia locale. In special modo “ sa cassola” era un piatto in umido, di carne o di pesce, come pure in Ispagna “guisant de carn o de peix”. Nel XVI° secolo i figoli dovevano cuocere gratis questo tipo di stoviglie.
La consegna a domicilio dei manufatti doveva essere garantita ed esente da spese che erano a carico del fornitore, escluso le tasse da pagare al mozzastaffo. Doveva garantire anche la consegna dei quantitativi in tempo, ecco perché le ceramiche (xerda de strejo) era prodotta con una riserva del 25%. Si ipotizza che la consegna doveva avvenire a domicilio poiché il mercato era nel Balice, mercato anche della carne e del pesce.
Tra le altre cose, forse la più importante era che un maestro dava la “trassa” al figolo. Questo fatto implicitamente riconosceva, da parte degli artigiani, una sorta di potere gremiale, che si svilupperà nel ‘600. Di pertinenza del maggiorale esaminatore, in ogni caso riconosciuto agli artigiani più esperti. Possiamo sicuramente affermare che le diatribe successive, fra gli artigiani decimesi e il gremio dei figoli di Cagliari, sono racchiuse tutte in questa “trassa”
Altra richiesta era quella delle “cassoles stanyades”. “Stanyades” da “stangiu”, ”estano” che sicuramente non ha niente a che fare con lo stagno. Questo era usato per le maioliche, pianelle, contenitori non da fuoco, come; scodelle, piatti, vassoi, catini, vasi. E’ molto probabile, come un figolo di esperienza ultra cinquantenaria di Oristano, certo Giovanni Sanna, afferma che si trattasse di ingobbio o argilla bianca. Detta tecnica è documentata nel XV° secolo ma testimonianze archeologiche la fanno conoscere dal XIV° secolo. Tuttavia anche se lo “lo estano”, così era detto ad Oristano, corrispondeva all’ingobbio, non è detto che non corrispondesse alla sola invetriatura poiché il termine usato per questa tecnica è “ stangiu”.
Ricordiamo ancora che i figoli di Decimomannu erano molto bravi nella tecnica della verniciatura. Questo li faceva preferire a quelli di Cagliari.

Disputa tra il gremio dei figoli di Cagliari e i congiolargi decimesi.
Dal 1649, forse anche prima, i veri fornitori delle terraglie ai cagliaritani erano i congiolargi decimesi. Essi erano bravi nella lavorazione dell’argilla, disponevano di una materia prima di prim’ordine e soprattutto la sapevano raffinare bene, cosa che quasi tutti i concorrenti non sapevano fare. La lavorazione, i manufatti erano eccellenti perché i decimesi li lavoravano con precisione ed avevano maestria nell’uso delle vetrine. Forse, non ci è dato sapere, non erano molto bravi nelle stagnature ad ingobbio. Si andarono organizzando e sino agli inizi del XX° secolo, per il loro settore di competenza ebbero pochi concorrenti.
Dal contratto del 1549, che costituisce una pietra miliare nella storia che segue, si comprende come i figoli di Decimo, avevano degli interessi con i commercianti cagliaritani.
Il 28.02.1689, un gruppo di maestri artigiani cagliaritani (Augusto e Sisinnio Soro, Giovanni Mallorqui, Diego Sacaliny, Antonio Cabras, Salvator Pani, Michele Desogus, Antonio Lai, Diego Pillony e Francesco Cabras), produttori di pianelle, tegole, vasi, tubi, vasi per norie, altri tipi di ceramica (terralla), presentarono richiesta al Consiglio della città di Cagliari per potersi organizzare in gremio. In questo statuto, poi costituito, mancano cenni a regolamenti o accordi di organizzazioni precedenti. E’ probabile quindi, che questo sia la prima forma di gremio dei figoli, che fu posto sotto la protezione di Santa Giuliana. Nel corso degli anni lo statuto fu modificato e reso più equo verso i concorrenti non cagliaritani. In particolare fu sancito per gli artigiani che vendevano i loro prodotti a Cagliari, che non avrebbero dovuto pagare alcuna tassa per poter fare mercato. Questo grazie alla reazione dei “decimesi” che dal 1689 potevano fare mercato a Cagliari (Piazza Carmine) senza pagare dazio. Questa facoltà fu confermata nel 1777 con un decreto del viceré e dall’orgogliosa dichiarazione del 1820.
Era comunque noto ai terraioli non cagliaritani che gli artigiani di Cagliari si erano riuniti in gremio per poter imporre le loro regole ed a scopo protezionistico. Il loro modo di lavorare era molto precario e non erano a conoscenza di tecniche che i terraioli decimesi applicavano con maestria. Per i cagliaritani fu un brutto colpo che la fornitura di tutti i fittili, per la riparazione e manutenzione dello stabile della Reale Udienza, fosse assegnato ai figoli di Decimo.
La secolare disputa tra il gremio dei terraioli di Cagliari e quelli di Decimomannu, mai nei secoli risolta, ma solo in alcune occasioni sopita, improvvisamente si riaprì. Anche se il gremio di Cagliari era l’unico a poter riconoscere la maestria e, pretendere una gabella dai terraioli delle ville che intendevano vendere i loro prodotti in città. Per quanto la competenza di applicare le disposizioni del gremio fosse solo della Reale Udienza, non si fece richiesta d’intervento di tale autorità; forse perché memori delle liti perse e finite con la condanna del gremio stesso, che non presentò ricorso. Nel 1814 la Regina riconobbe al suo giudice conservatore il potere di poter proibire l’esercizio dell’arte e di bottega a tutti coloro che non avessero sostenuto l’esame e pagato il contributo annuo alla cappella di Santa Giuliana (protettrice dei terraioli). Da tali disposizioni nel 1820 il giudice conservatore del gremio, Antioco Pullo, si sentì delegato ed autorizzato ad impartire direttamente, ai ministri di giustizia di Decimomannu (14.07.1820), l’ordine, tramite banditore e di renderlo noto ai figoli. Di proibire loro di fabbricare qualunque sorta di manufatto come “tuvulus”, cannoni, vasi; l’ingiunzione del pagamento di mezzo scudo ciascuno per la cappella del gremio. L’obbligo di sostenere l’esame davanti al segretario ed al giudice entro otto giorni dalla pubblicazione del bando. Si stabiliva per coloro che avessero portato a Cagliari manufatti senza autorizzazione, una multa di 10 scudi. Si stabiliva anche, che coloro che non si fossero attenuti al pregone avrebbero avuto la chiusura della bottega o una multa di 10 scudi. Il segretario del gremio, notaio Giuseppe Raimondo Floris, quasi contemporaneamente invio agli stessi ministri di giustizia una lettera dove si precisava che la proibizione della produzione non riguardava le stoviglie (17.07.1820).
Trentuno artigiani di Decimomannu (26.10.1820. Nel documento sono citati: Giuseppe e Ignazio Collu; Basilio Garau, Giuseppe, Raimondo e Giovanni Mancosu; Pasquale, Andrea ed Efisio Tidu; Vincenzo e Potito Cao; Vincenzo e Francesco Melis; Serapio e Francesco Fenza; Bartolomeo, Baldassarre, Potito, Ambrogio e Agostino Corona; Francesco Mameli; Antonio Pillitu; Francesco Meli; Michele Mereu; Giuseppe, Priamo, Antonio e Vincenzo Melis; Antioco Marrocu; Giuseppe e Antonio Marongiu. In un altro documento del 21.12.1820, figurano; Serapio Mameli, Sisinnio Melis di Battista, Raimondo Mandas, Giuseppe Garau, Antonio Fenza, Antonio Cao, Sisinnio Mandas), si appellarono al reggente la Reale Cancelleria, protestando contro le limitazioni dell’attività lavorativa e con la richiesta di poter continuare a produrre ogni sorta di fittile. Il parere del reggente fu sfavorevole.
I giudici conservatori dei gremi cagliaritani interpellati, se tenere ancora in auge le disposizioni non più in uso, non avevano dato ancora nessun parere, c’era anche il decreto della Regina che imponeva l’osservanza dello statuto. Il reggente del gremio asseriva: ” Inoltre se i medici, notai, avvocati, teologi e speziali devono sostenere un esame per poter esercitare, perché non dovrebbero farlo gli artigiani? Se i trentun terraioli di Decimomannu sono abili facciano l’esame e paghino i diritti, se non lo sono, cambino mestiere, poiché  l’agricoltura è per tutti”. Ciò che le autorità avrebbero potuto fare era un intervento sul gremio a concedere agevolazioni e dilazioni per il pagamento della tassa d’esame e dell’annualità, ai terraioli di Decimomannu.
Nel mese di Dicembre, il primo lunedì (come ogni mese), si teneva nella piazza di Stampace, il mercato. I terraioli decimesi, anche se minacciati dal gremio si presentarono ugualmente a vendere le loro terraglie. Si videro in ogni modo chiedere conti sulla gabella e sul permesso di vendita da parte del gremio, che procedette all’esazione di sette Cagliaresi per carro di manufatto. Nello stesso mese i trentuno artigiani che si erano appellati alle autorità cittadine si videro pignorare i beni. Contestarono immediatamente al veghiere, con un ricorso che conteneva le proteste, portando a propria discolpa il testo del 1777 del viceré, Della Marmora. La contestazione conteneva l’indignazione, non per la gabella della vendita in città e dell’annualità alla cappella, quanto per l’obbligo di dover subire l’esame da parte di chi, riconoscevano come inferiori per capacità professionale.
Per continuare l’attività i trentun terraioli incriminati si decisero a pagare le annualità alla cappella e le spese richieste dal gremio. Portarono comunque avanti le loro rivendicazioni evidenziate nel ricorso e ottennero esito favorevole. La sentenza emessa dalla Reale Udienza condannò il gremio a pagare ai terraioli di Decimomannu un’indennizzo di Lire 637.18.10.
Il gremio di Cagliari aveva compiuto molti abusi, poiché lo statuto prevedeva che la pretesa delle esazioni era solo per la cappella. Non avevano molte possibilità di obbligare gli altri artigiani a sostenere l’esame. Poiché gli iscritti al gremio erano pochi, le finanze non permettevano grandi imposizioni e non erano in grado di poter svolgere il ruolo di esaminatori, come bene avevano visto gli artigiani di Decimomannu.
Oltre allo strascico di natura giudiziaria, la vertenza che aveva visto contrapposti il gremio e i terraioli di Decimomannu ebbe come conseguenza una vicenda che confermò le accuse di scarsa professionalità rivolte ai figoli di Cagliari.
Nel mese di gennaio del 1821 fu richiesto dalla Reale Udienza per riparazioni urgenti della propria sede, la fornitura di tegole e tubi invetriati all’interno e all’esterno. Era noto che tali manufatti prodotti a Cagliari erano difettosi sia per la qualità dell’argilla  che per la manipolazione, per cui furono sollecitati i terraioli di Decimomannu a presentare i loro campioni. Questi pezzi furono giudicati perfetti ed anche il prezzo era competitivo. A questo punto i terraioli di Decimo costrinsero la Reale Udienza ad avocarsi della loro causa. Non avrebbero potuto cuocere solo i tubi ma avrebbero dovuto inserire nelle infornate anche stoviglie e brocche ma, questi articoli erano stati vietati loro dal gremio. L’intendente dovette quindi, gioco forza, richiedere la licenza per i terraioli di Decimo al gremio di Cagliari, che fu costretto “a denti stretti” a concederla, memore dei vantaggi che aveva avuto nelle precedenti forniture.
I terraioli di Decimo nella loro supplica del 1821 avevano dimostrato molta lungimiranza, fecero osservare come le pretese dei gremi fossero fuori dai tempi ed anacronistiche. Le pretese dei gremi nel resto dell’Europa erano state abolite essendo un pregiudizio per il progresso dei popoli e del commercio. Alla fine della disputa del 1821 tra i terraioli del gremio di Cagliari e i terraioli di Decimomannu, nel 1829 ci fu il pignoramento dei beni del maggiorale e ad un membro il gremio in seguito alla sentenza di condanna per la suddetta disputa. Nel 1844 il Viceré fu autorizzato a concedere il permesso di esercitare l’arte anche ad artigiani non iscritti al gremio, purché pagassero le annualità, ed a costituire una commissione che studiasse la possibilità di riforma degli statuti.
L. Baldassarre Cenni sulla Sardegna. Torino, 1843. “ Ad Oristano, a Cabillonis (leggi Pabillonis) a Decimomannu, ad Assemini si è cominciato da alcuni anni a fabbricare stoviglie grossolane, usando terra del Campidano appartenenti ai terreni d’alluvione. Un maggior sviluppo può prendere questo ramo d’industria, qualora si mettano a profitto diverse qualità di terreni abbondanti nell’isola, come nei dintorni di Alghero, Sassari e quelli della regione della Nurra. Finora non bastano queste fabbriche ai bisogni della popolazione che continua a ricevere da Napoli e da Genova la maggior parte degli utensili di terra, anche i più grossolani”. L’Autore in particolare riferì che a Decimomannu su 1190 abitanti molti erano gli stovigliai, la cui produzione tuttavia era ben lontana dal poter soddisfare i bisogni dell’isola che si riforniva a Genova e a Napoli “ per la maggior parte degli utensili di terra, anche i più grossolani” Gli stovigliai si servivano della galena di Monteponi, in quel periodo venduta così allo stato naturale, sia nell’Isola sia fuori, non essendo in attività la fonderia di Villacidro. Il Baldassarre riferì anche dell’uso proprio delle donne sarde di tenere appese alle pareti della casa porcellane “verniciate”.               

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