Aquidotto Calaritanum – II sec. d.C

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La rete idrica, in città, era piuttosto organizzata ma l’approvvigionamento precario e aleatorio. I romani sfruttarono le loro conoscenze tecniche, rifacendosi agli impianti trovati a Cagliari. Cisterne piccole ma anche grandi, per importanza e dimensione, come quella di Tuvixeddu e dei Cappuccini. Tuvixeddu, in particolare scavata dai punici, aveva una rete di canaletti per raccogliere e convogliare l’acqua piovana verso le cisterne scavate nella roccia. Quella dei Cappuccini era di dimensioni notevoli, tanto che il La Marmora nel suo “Itinerario dell’Isola di Sardegna” scrive: ”Molti credono che vi fosse un deposito d’acqua destinato alle naumachie che si sarebbero tenute nel vicino anfiteatro al tempo dei romani”, non era così.
Semplicemente, anche se le dimensioni erano notevoli, si trattava di una cisterna per la raccolta delle acque per la città, scavata dai romani. Gli scavi nell’orto dei Cappuccini sono molti, adibiti a cisterne. A questo scopo furono usate dopo il II secolo d.C., dopo che fu scavata la roccia calcarea per estrarne dei blocchi per il costruendo anfiteatro romano adiacente. Furono usate come latomie e prima ancora come cisterne, dopo essere state impermeabilizzate con il coccio pesto. La più capiente di esse può contenere un milione di litri di acqua piovana. Questa era raccolta attraverso cunicoli che provenivano dall’anfiteatro, i cunicoli sono tuttora percorribili e ispezionabili. Le varie prospezioni hanno appurato che per un certo periodo la cisterna fu adibita a carcere. Sono stati ritrovati molti anelli alle pareti, sulle quali erano fissate le catene. In corrispondenza di una cisterna è stato trovato un graffito paleocristiano del IV secolo d.C.. L’autore, probabilmente, doveva essere un martire cristiano sconosciuto, detenuto prima di essere sacrificato nei giochi dell’anfiteatro. Il graffito rappresenta la Nave della Chiesa, “Navicula Petri”. L’albero della vela è costituito da una croce monogrammatica e sul ponte i dodici Apostoli, schematicamente rappresentati nel salpare la rete (Dadea).
I romani pensarono bene di sfruttare la rete idrica che gia in città avevano fatto i punici, dopo averla adeguata all’espansione demografica. Lo Spano nella sua Guida della Città e Dintorni di Cagliari, annota: “…Nella vicina collina per andare alla necropoli se ne vedono altri scavati come questi sulla nuda roccia… si può credere che siano opera dei primi popoli e che i Cartaginesi li abbiano ingranditi di mano mano che la città cresceva in popolazione. I romani li tennero in gran conto e si vedono i loro lavori che annunciano un’età posteriore, perché nel fare gli sfiatatoi hanno dovuto bucare le sepolture che prima vi esistevano di carattere greco e punico”. I romani quindi, perfezionarono un precedente impianto migliorarono i sistemi di raccolta, collegarono tra loro le cisterne, dotarono le condotte di sfiatatoi  e di grossi decantatori da cui s’irradiano le condutture per la distribuzione in città. Con questo modo di fare, i romani non si preoccuparono di quanto andavano modificando, anzi distruggendo. La necropoli punica fu scempiata. Da qui nacque un cattivo esempio e non fu sufficiente che giustificassero che quanto andavano facendo fosse per la vita e non a danno dei morti, il danno fatto a quelle testimonianze del passato non era reversibile.

Cagliari si andava sempre più popolando, i traffici erano in continua espansione, ed anche l’importanza politica aumentava. Per motivi di necessità e decoro diventava importante individuare e sfruttare, un approvvigionamento idrico costante. Fu così che nel II secolo d.C. (140) l’imperatore era Antonino Pio, fu individuata una fonte di portata costante e d’eccellente qualità, nella zona di Villamassargia-Cabudacquas (Caput Aquarum), si pensò di sfruttare questa sorgente per rifornire Cagliari. Per molto tempo questa sorgente fu confusa con quella di Domusnovas, tale confusione fu agevolata dall’Angius, solo M.Emilia Piredda ne individuò il punto esatto alle falde del monte Ollastus. M.Emilia Piredda è la studiosa che con cura e maestria ha ricostruito il percorso extracittadino dell’impianto. Ha individuato la captazione delle acque, localizzato l’esatta fonte e ricostruito seppure in maniera virtuale, ma documentata, il percorso che per circa 30 miglia “passum”, attraversando una parte del Sulcis e del Campidano riforniva Cagliari. Da calcoli fatti si riteneva che la sua portata fosse sufficiente per una città di 30/32 mila abitanti, Karales nel II secolo d.C. si presume avesse 20 mila abitanti. La fonte di Monte Ollastus a Cabudacquas si trova a 116 m. di quota. Il Servizio Idrografico del Ministero dei Lavori Pubblici, segnalava nel 1934 i resti di un acquedotto romano. Alla fine degli anni’20 inizio anni ’30 del secolo scorso, fu stimata la portata della sorgente in 150 litri/sec.
Il percorso dell’acquedotto non era agevole, misurava 48 Km., passava attraverso una parte del Sulcis e del Campidano meridionale. Attraversava il Cixerri e la confluenza dei fiumi a Decimomannu, ancora doveva superare le colline tra Elmas e Cagliari, dopo aver attraversato Assemini.
Le opere d’ingegneria andavano dalla captazione dell’acqua alle opere murarie sulle quali scorreva lo “specus”. Questo era a 2-3 m. d’altezza dal suolo. Il percorso, ricostruito virtualmente su dei punti fermi in base al ritrovamento di ruderi. Seguiva la Caralibus Sulcos[la vecchia strada statale 130]. Dalla sorgente sino alle zone limitrofe di Cagliari le acque erano convogliate con opere murarie a diversi livelli secondo le esigenze geomorfologiche. Nell’avvicinarsi alla città l’acquedotto seguiva dei percorsi anche sotterranei, aveva degli sfiatatoi che facilitavano lo scorrimento dell’acqua. Passava accanto ai paesi che dalla sorgente portano a Cagliari.
L’acquedotto dopo aver attraversato il Cixerri continuava, passando accanto a Siliqua (Santa Maria di Arco), la cantoniera di Pelliconi e Villa Speciosa (nella zona dell’attuale cimitero). A Decimomannu, dopo aver attraversato il Rio Flumineddu, Riu Sesi e Flumini Mannu seguiva un percorso che dalla chiesa di Santa Greca (qui c’è un rudere accanto all’ingresso della chiesa) andava verso il cimitero (una testimonianza orale conferma un ritrovamento che poi fu nuovamente sepolto). Ad Assemini, sono stati trovati ruderi presso la chiesa di Sant’Andrea e nella zona di Luxia Arrabiosa. Ad Elmas, nella zona di “Truncu Is Follas”, qui il percorso diventava sotterraneo e “superava” la zona collinare della periferia della città, a Sa Murta l’acquedotto scorreva a circa un metro di profondità, e nella zona dell’Istituto agrario “Duca degli Abruzzi” a Villa Ciarella il percorso continuava a essere sotterraneo. La depressione del Rio Fangario era attraversata con un viadotto, simile a quelli di Decimomannu e del Cixerri. Nella zona di Sant’Avendrace c’era il “castellum aquarum”. Lì si raccoglievano le acque che poi sarebbero state distribuite dalla rete cittadina. Secondo Angius il “castellum aquae” era situato presso la chiesa dell’Annunziata.

Il trasporto dell’acqua da “Caput aquarum” a Cagliari fu nel II secolo d.C. un lavoro lungimirante, come moltissime opere realizzate dai romani in Sardegna. I vari ponti, le strade che furono trascurate ma poi dove ce n’era la possibilità riadattate. Basti pensare che Cagliari, una volta andato in disuso l’acquedotto che da Cabudacquas convogliava l’acqua in città, per secoli dovette ricominciare ad usare le cisterne e i pozzi che la costellavano. Addirittura coloro che potevano permetterselo e che desideravano avere acqua di una certa qualità, la acquistavano dai venditori che si rifornivano in certe zone e pozzi della città. Questa “usanza” durò sino a quasi 70 anni fa. L’acquedotto riuscì a rifornire Cagliari per secoli, forse anche alcuni paesi che quest’impianto attraversava e soddisfare le esigenze industriali della città nonché rifornire le navi che giungevano in porto. La captazione della sorgente di Monte Ollastus fu basilare per la sua realizzazione, la portata era congrua alle esigenze della città e chiaramente potevano ancora integrare le esigenze idriche con pozzi e cisterne.
Dopo la caduta di Roma, le conseguenti invasioni barbariche segnarono la fine dell’acquedotto che per tre secoli era rifornito Cagliari di acqua sorgiva. Le interruzioni del tracciato ne resero nulla l’utilizzazione, la manutenzione necessaria non fu possibile anche per la mancanza di un’amministrazione efficiente, quale era quella dell’antica Roma. I materiali usati per la costruzione furono riutilizzati per altre opere, come successe anche per altri impianti e manufatti che fecero una fine analoga. Per alcuni siti non fu facile ricostruirne la memoria se non attraverso le fonti letterarie. Per mezzo di queste fu possibile avviare delle ricerche e studi che successivamente, permisero di ricostruire in concreto o virtualmente l’impianto con la sua funzione.
Nel secolo XVIII ci fu il tentativo di recuperare l’acquedotto romano, in precedenza si sentì l’esigenza di progettarne uno nuovo. Il 2 febbraio 1647 l’architetto G.B. Mola presentò un progetto allo scopo, per richiesta del comune di Cagliari, questi era tra l’altro l’architetto del Papa. Lo studio che rimase tale e trovò solo polvere negli archivi del comune, prevedeva che la fonte da sfruttare sarebbe stata quella di San Giovanni di Domusnovas. Nel 1927 il comune di Cagliari sfruttò questa fonte per rifornire la zona periferica di sant’Avendrace. Quest’acquedotto negli anni cinquanta e primi anni sessanta, riforniva ancora i paesi che erano attraversati dalla linea ferroviaria delle FF.SS. ed una parte di Cagliari.

Nel 312 a.C. venne costruito il primo acquedotto romano (acquedotto Appio), inteso come impianto di trasporto continuo da fonte naturale di acqua verso i centri di utilizzazione. L’importanza attribuita dai romani all’approvvigionamento idrico è nota, esistono trattati e considerazioni da parte di ingegneri, poeti, scrittori.
Gli acquedotti soppiantarono i sistemi idrici tradizionali, come raccolta di acqua piovana in cisterne impermeabilizzate, sfruttamento di pozzi, che rimasero solo come ausilio. L’acquedotto captava sorgenti prescelte, anche se molto distanti dal luogo di utilizzazione. L’acqua scorreva all’interno di un condotto libero, lo “specus”, di solito a sezione rettangolare, coperto alla cappuccina, a volta o in piano di dimensioni tali che rendessero facile l’accesso per l’aerazione, la pulizia e la manutenzione.

La tecnica di costruzione degli acquedotti in Sardegna non si discostava da quelle adottate in altri luoghi. Come spesso capita, naturalmente, venivano usati i materiali del luogo adattando o adattandosi alle varie produzioni locali. Si doveva anche conciliare gli spazi da ricoprire, la rapidità di esecuzione e limitare le spese. Le fonti delle materie prime per la costruzione dell’acquedotto calaritano erano i fiumi Cixerri e Flumineddu  dai quali si ricavava la sabbia ed il sabbione di granulometria adatta ad impasti resistenti e consoni a malte di tipo idraulico. La calce veniva estratta dalle colline cagliaritane ed era presente anche lungo il Cixerri. I laterizi in grandissima parte erano di produzione locale, sarebbe costato troppo importarli, quelli adoperati non avevano marchio.
Nella zona di Decimo (Assemini e San Sperate) si disponeva di materia prima di ottima qualità, per la fabbricazione dei mattoni, quindi anche di impianti per la cottura. Questo tipo di industria nella piana dei paesi suddetti era assai famosa è importante, tanto che Decimo “in primis” divenne famosissima nei secoli successivi, sino alla metà del XX secolo. Dei fittili furono comunque importati da Roma, specie quelli usati in città, in molti di essi è stato riscontrato il bollo della famiglia Peducci che aveva una fabbrica attiva nel 139 d.C. e della gens dei Domizi (ex figlinis caminianis Domitiae Lucillae). I mattoni adoperati per la costruzione dell’acquedotto erano di due tipi: bipedales [2] adoperati per gli archi e bessales [1] adoperati per la muratura, l’uso dell’opus caementicium favorì e acellerò notevolmente l’edificazione dell’acquedotto cagliaritano. Lo “specus”  era posto sulla struttura costruita in modo robusto ad un’altezza di 2-3 metri sul piano di campagna. Nel percorso extraurbano misurava metri 0,70 era ricoperto da un’ intonaco impermeabile in coccio pesto miscelato con del carbone, dello spessore di 1 centimetro. Pozzetti di aerazione da 75 centimetri di lato, favorivano l’ispezione e garantivano la purezza dell’acqua. Le acque molto dure tendevano a creare uno strato di decantazione calcareo che periodicamente doveva essere asportato.
[1] Bessale, laterizio di epoca romana, mattone quadrato da 2/3 di piede romano (8 pollici) per lato (21 x21 cm. ca.) , erano usati per la muratura interi o dopo essere stati tagliati in diagonale a metà, formando due triangoli isoscele. Venivano montati con la base rivolta all’esterno del manufatto, in questo modo si formavano due muri, internamente a profilo di sega, questi fungevano da involucro,  dentro veniva colato a riempire l’opus caementicium (calcestruzzo di varia composizione), il risultato era l’opus testaceum, assai resistente, veloce da realizzare e ottimo coibente onde mantenere l’acqua fresca affinché non subisse evaporazione.
[2] Bipedale laterizio di epoca romana di forma quadrata con lato di due piedi (59 cm.),  da cui deriva il nome, era utilizzato sia intero che tagliato a metà, in modo da formare due rettangoli, in opere di rivestimento, in parametri faccia a vista e nella finitura di particolari parti costruttive e strutturali quali archi.

Nel 1580, il Fara, non nomina nei suoi scritti le arcate dell’acquedotto, pur essendo ben visibili accanto alla chiesa di santa Greca. Decimomannu  ne era attraversato poiché passava oltre che per piazza Santa Greca anche dove c’è l’attuale cimitero, dovevano essere imponenti le arcate che attraversavano i fiumi , anche se non sono mai state trovate.
Dell’acquedotto è stato possibile individuare 11 punti di ricognizione: 1) Santa Sida, Villamassargia, 2) Santa Maria, Siliqua, 3) Cantoniera Pelliconi, Siliqua, 4) Pardu Bois, Villaspeciosa, 5) Santa Greca, Decimomannu, 6) Cimitero, Decimomannu, 7) Sant’Andrea, Assemini, 8) Luxia Arrabiosa, Assemini, 9) Sa Murta, Elmas, 10) Istituto Agrario, Elmas, 11) Sa Mura, Truncu is Follas. Questa indagine riguarderà il percorso extra urbano dell’acquedotto. La parte che riguarda Carales esula dallo studio che come tematica ha Decimomannu, il suo territorio la curatoria. Sarebbe comunque molto interessante conoscere i percorsi ed i modi di trasportare l’acqua in città, anche per via della sua orografia.
Uno studio critico oltre che tecnico su alcune caratteristiche dell’acquedotto, pone in evidenza l’importanza dell’opera. Sono stati individuati 11 punti di ricognizione e sono state fatte 12 di queste. Nel percorso dalla sorgente di Cabudacquas fino ad Elmas i resti trovati sono scarsi poiché si sono depauperati col tempo e ad opera dell’uomo che ha usato una gran parte dei reperti per altre opere. Tutti i ritrovamenti hanno permesso di formulare le ipotesi, grazie al tipo di costruzione, al luogo del ritrovamento ed ai materiali usati.
Il riconoscimento dell’acquedotto “Caput Aquas-Caralibus” fu fatto dal Fuos, in precedenza non era noto, nel ‘700 lo trovò ancora in buone condizioni e si pensò di restaurarlo e ripristinarlo, il progetto vene abbandonato perché troppo costoso[G.B.Mola]. Angius, nel 1835, ne fa una ricostruzione da Cagliari sino a Santa Maria di Arco (Siliqua), ma erroneamente individuò la fonte con Domusnovas.   
Maria Emilia Piredda nel suo lavoro, ci fa conoscere che i frammenti ritrovati a Santa Maria di Arco (Santamariacrara, Santa Maria Cabalis) possono essere ritenute parte di un pilone, le misure sono cm. 120x105x50. A Decimomannu, presso la chiesa di santa Greca, i ruderi dell’acquedotto sono inglobati nelle fondazioni della chiesa e dalle abitazioni vicine, sono ridottissime e visibili sul lato nord. Ancora a Decimomannu nella zona del cimitero, sulla vecchia SS. 130 venne individuata la struttura dell’acquedotto, mentre facevano dei lavori di scavo, ma poi subito ricoperti (testimonianza orale). Nella zona del Rio Flumineddu, sino a non molto tempo fa erano evidenti i lacerti di conglomerato cementizio (opus testaceum) , c’è da evidenziare che non sono mai stati trovati gli archi. In altre zone la segnalazione dei reperti è stata fatta da agricoltori del luogo, Assemini sulla strada Luxia Arrabiosa. La parte terminale dell’impianto era ipogeica, ad Elmas presso Sa Murta e l’Istituto Tecnico Agrario “Duca degli Abruzzi” . Continuava ad essere sotterranea anche a Villa Ciarella, periferia di Cagliari.

Lo studio del percorso con le testimonianze archeologiche fa si che si possa ricostruire, paese per paese, la via seguita dall’acquedotto: Villamassargia, Siliqua, Villaspeciosa, Decimomannu, Assemini, Elmas, Cagliari (percorso extra urbano).

Villamassargia: in questo comune si trova la sorgente di “Caput Aquas” da qui l’acquedotto si dirigeva nella piana e costeggiava il Cixerri sino a superarlo nella zona di Santa Lucia. In questi siti non si sono trovate testimonianze archeologiche, in località Santa Sida ci sono dei blocchi sparsi e frammenti di laterizio riferibili all’acquedotto.

Siliqua: sono visibili a Santa Maria di Arco (Arches) dei reperti, un basamento che la Piredda descrive come:”parte inferiore del basamento murario”.

Villaspeciosa: molte parti segnalate negli anni ’70 non erano più visibili già nel 1984 (censimento). In tutti i punti segnalati vi erano delle frequentazioni romane con tracce di laterizi e ceramiche. A Pardu Bois è visibile un :”largo nastro di calce frantumato”,  non ci sono tracce a Bascu Sorgiu, che la Piredda segnalò e a Pelliconi ci sono solo piccole tracce di malta che non convincono sulla loro appartenenza all’acquedotto. Non si segnalano altre testimonianze , pur essendo stato censito un pozzetto ipogeico d’ispezione, questo farebbe pensare ad un percorso sotterraneo che però la Piredda negò.

Decimomannu: sicuramente in questo paese, specie nella periferia accanto ai fiumi, l’acquedotto doveva essere molto imponente. Sino agli anni ’70 erano visibili sul Rio Flumineddu i grossi reperti che residuavano i piloni degli archi che sostenevano lo “specus”. Il paese era attraversato dall’impianto idrico, da Santa Greca all’attuale  cimitero. Ora esiste ancora, solo una piccola traccia accanto alla Chiesa.

Assemini: i resti dell’acquedotto erano già noti all’Angius che li aveva individuati sulla strada di Sant’Andrea che porta ad Elmas, la Piredda non li individuò. Secondo lo stesso Angius, il dorso della strada era costituito dal fondo del canale, all’epoca si distingueva la malta di rivestimento e se ne potevano evincere le dimensioni. All’altezza della chiesetta di Sant’Andrea ,alcuni massi di conglomerato danno il segno della presenza, in quel punto, dell’acquedotto. Spostandoci verso sud-est, seguendo le fonti locali, si individuano i resti dell’acquedotto, lungo la strada Luxia Arrabiosa. La figura leggendaria, mitica e  fantasiosa era già nota all’Angius. Lungo la strada si notano nel piano stradale tracce quadrangolari di conglomerato.In questo sito si sono trovate almeno 10 tracce, poco emergenti dal piano stradale o addirittura evanescenti. Si presentano come conglomerati di sagoma quadrangolare senza elementi di rivestimento esterno. I blocchi variano da una lunghezza di m. 1,5 a m. 4,15, la larghezza è più costante , attorno a 1 m. circa, le tracce di distanza non regolare vanno da m. 1,70 a m.9 disposti in un allineamento nord-ovest/sud-est non in linea ma descrivendo una sinusoide larga 140 m.. Questo percorso può sembrare strano, non è così. Gli ingegneri romani quando costruivano gli acquedotti, badavano bene che la velocità dell’acqua in arrivo , che determinava anche una pressione, non fosse eccessiva. Bisognava evitare che in città l’acqua troppo veloce potesse danneggiare le condotte. Se pensiamo che dopo Assemini il percorso dell’acquedotto diventava ipogeico e doveva superare le depressioni del Fangario, possiamo immaginare a quale pressione sarebbe stato sottoposto  l’impianto, con pericoli di scoppio e rotture nelle saldature e punti di collegamento. Tutto questo nonostante gli sfoghi di aerazione. Nelle località; Is Punteddus e Is Corrias de Santu Antoni non si sono trovate tracce. In località Sa Murta le tracce ritrovate sono parzialmente ipogeiche, mentre a Sa Serra (Duca degli Abruzzi) il percorso è completamente interrato e difficilmente ispezionabile.

Cagliari: ancora Angius individuò nella depressione del Fangario le arcate, necessarie al superamento del dislivello, altre tracce vennero individuate presso Villa Ciarella. Nella Piazza Sant’Avendrace c’era il “castellum aquarium” da dove venivano smistate le acque.

 

Angelo Sanna