Accompagnamento alla Morte

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Le testimonianze sono molte e non troppo diverse, molte sono state affidate alla tradizione orale  fino ad arrivare agli scritti dei viaggiatori del 1800 dove, per la prima volta, si hanno testimonianze scritte di questa figura.
Il suo agire era mirato ad alleviare le sofferenze dei morenti, consumati dall’agonia e dal dolore al quale non si poteva porre rimedio, finiva ciò che la malattia aveva iniziato accompagnando la persona verso gli ultimi respiri.
A volte poteva esser sufficiente una pressione del cuscino sul viso, altre le sue mani nude e nervose ed altre ancora era necessario un colpo di ‘mazzolu’ sulla testa.
Il ‘mazzolu’ è un ramo di ulivastro liscio e leggero, dall’aspetto lucido dall’usura, lungo 40 cm e largo 20 con un manico che permette un’impugnatura sicura; è custodito nel museo etnografico ‘Galluras’ A Luras, in Gallura.
E’ curioso che a compiere quel semplice gesto fosse proprio una donna, la stessa che aiutava i bambini a nascere e si prendeva cura degli anziani e dei più piccoli.
Levatrice e accoppatrice, esperta di erbe, medicamenti e guaritrice; custode del tempo e sacerdotessa del focolare domestico; tramite simbolico dell’arrivo in questo mondo e della partenza per l’altro, e, nello stesso tempo, responsabile di una dignitosa permanenza.
Ho voluto indagare l’aspetto storico-antropologico dell’accompagnamento alla morte nella professione infermieristica per portare alla luce la storica figura dell’accabbadora e, con lei, le radici di questo aspetto della professione.
Ho preferito esaltare l’aspetto “umano” della professione piuttosto che quello tecnico, mi sono affidata a libri, articoli di giornale ed alla memoria degli anziani che custodiscono un inestimabile patrimonio culturale nei loro ricordi.
Ho raggiunto il mio intento di concorrere a definire il quadro storico della tradizione assistenziale italiana, tramite questa donna, delineando un filo conduttore che parte dalla tradizione culturale antica e popolare per giungere all’epoca moderna sul ruolo assistenziale dell’infermiere
Sono cambiati i tempi, le leggi, la cultura e le convinzioni e, con essi, è cambiato anche il modo di accompagnare alla morte: un tempo si moriva accanto al focolare domestico, sul proprio letto, attorniati da parenti, ora si muore più sovente in ambienti “sconosciuti” come ospedali ed hospice, circondati da persone che non sono i nostri cari, non sono le nostre famiglie o i nostri amici, ma sono persone che vagano per stanze a più letti, vestite di bianco, che si spera facciano del loro meglio per prendersi cura degli ultimi istanti della nostra vita ed accompagnarci al varco della fine di questa: la morte.
Più volte, durante le ricerche per questa tesi mi è stata mossa la critica che l’infermiera è atta a promuovere la vita e non a spezzarla, ma io credo che le accabbadoras fossero già infermiere, in qualità di  streghe, in qualità di levatrici ed in qualità di guaritrici; hanno assolto i doveri che la professione infermieristica di oggi ci chiede. Non avevano grandi saperi scientifici a cui far riferimento né testi anatomici, né evidenze scientifiche, ma espletava il primo grande compito di un’infermiera: si prendeva cura degli altri.
Anche se  in maniera non scientifica, ma empirica, con mezzi semplici e inusuali, andando per tentativi ed errori o per intuizione, mescolando religione, magia e superstizione alla saggezza popolare, al buonsenso ed alle limitate conoscenze mediche ed anatomiche, ma sempre in un rapporto stretto e diretto con il corpo e le evoluzioni della vita, senza tralasciare mai che la morte non è null’altro che una fase della vita stessa.

Estratto della tesi di Laurea

ACCOMPAGNAMETO ALLA MORTE: L’ESEMPIO DELLA TRADIZIONE SARDA ATTRAVERSO LA STORICA FIGURA DELL’ACCABBADORA

di Deborah Pinna

UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DEL PIEMONTE ORIENTALE
“ AMEDEO AVOGADRO ”
FACOLTA’ DI MEDICINA E CHIRURGIA
CORSO DI LAUREA IN INFERMIERISTICA

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